
Madre Indomita di Anna Antolisei
E’ il terzo capitolo della saga del procuratore aggiunto della Repubblica del Tribunale di Torino, Alessandra Chiesa. Il titolo del romanzo, pubblicato dall’editore Fogola (che è anche una storica libreria di Torino), ha un che di retrò, ma la vicenda è ben radicata ai giorni nostri.
La “Madre Indomita” del titolo è al centro del caso su cui sta indagando la Chiesa, anche lei donna indomita, coraggiosa, pragmatica e dotata di un grande spirito di osservazione. Non a caso è parente alla lontana di Virginia Loeser, il personaggio a cui si riferisce il titolo.
La Loeser è una “madamin” della Torino bene, che, colpita da un grave lutto, innesca una catena di fatti che culminano nel suo omicidio. E insomma ben prima della fine del libro la Loeser passa da osservata speciale a vittima. La donna ha perso il figlio ventenne, ufficialmente in un incidente in moto, ma in realtà a causa di una overdose. E costi quel costi, Virginia vuol sapere chi ha fornito al ragazzo la droga, che gli fu fatale. Il colpevole sembra nascondersi tra la schiera di amici del ragazzo, tutti figli di papà tra lo stralunato e il viziato. La signora Loeser non difetta di denari né di audacia: tanto che i genitori e i parenti di alto lignaggio dei rampolli, che vengono adeguatamente messi sotto torchio da alcuni scagnozzi assoldati dalla Loeser, decidono di rivolgersi alla polizia.
E la Chiesa dovrà dipanare la matassa dei fatti, in una Torino upper class, un po’ polverosa, in cui avidità e vendetta si legano a doppio filo e in cui gli amici di vecchia data sono personaggi piuttosto inquietanti. I modi gentili ed educati non sempre bastano a nascondere gli abissi di avidità. Va a finire che spesso quelli che sembrano per lo meno i più coerenti ed umani sono un manipolo di delinquentelli di bassa lega, picchiatori di mestiere, ingaggiati dalla Loeser per dare una bella lezioncina agli amichetti del figlio, tanto per indurli a far saltare fuori il colpevole.
Insomma vien quasi da pensare meglio le bettole malfamate, che quel dedalo di saloni, corridoi e stucchi che è il Circolo del Whist, ultimo baluardo dell’aristocrazia sabauda, dove alla fine si annida l’unico colpevole del romanzo.
A dare manforte alla Chiesa, che questa volta per ovvi motivi di parentela non può seguire la vicenda in primissima linea, c’è il commissario in pensione Molino. Un vecchio poliziotto sornione che sa il fatto suo, e che ora invece di correre dietro ai malviventi, si è dato al modellismo. Nel suo buen retiro alle porte di Torino, Molino ricostruisce in miniatura le piazze.
E la Chiesa da abile affabulatrice e tessitrice saprà riportarlo in prima linea. Molino dal canto suo non è proprio un asso nell’arte della conversazione. E’ un uomo taciturno, meditabondo, ma per nulla distaccato. Anzi è capace di “penetrare con un solo sguardo nei recessi dell’animo umano”. Insomma un commissario quasi sciamano, talvolta con il fiato corto, perchè in passato sul campo ci ha lasciato un polmone.
L’assassino, come da tradizione, è un’insospettabile. Ovviamente visto il calibro dei personaggi coinvolti, le indagini arrivano sul tavolo del vicequestore Francesco Schwiller. La squadra di investigatori poi non sarebbe al completo se non si citassero ancora l’ispettore Devoti e l’ufficiale di polizia giudiziaria che lavora con Alessandra, il maresciallo dell’Arma Sante Rosi. Anche Rosi e Devoti sono cugini e la strana coppia incarna il superamento della storica rivalità tra poliziotti e carabinieri.
Tutti insieme riusciranno a risolvere un caso che parte con pochi indizi e parecchie zone d’ombra. E il mosaico prenderà forma proprio nel cuore di Torino, e per la gioia di Molino, verrebbe da dire, proprio in una piazza, piazza San Carlo per la precisione. Proprio mentre è in corso un comizio leghista, gli inquirenti fanno irruzione nell’inviolabile gotha della Torino che conta, il Circolo del Whist.
Questo e altri dettagli fanno dell’autrice del libro, Anna Antolisei, una penna di rara ironia. Non è da tutti riuscire ad inanellare colpi di scena a catena e frecciatine ad una certa Torino paludata e autoreferenziale, il tutto amalgamato in un tessuto narrativo piacevole e intrigante. Notevole poi la galleria di personaggi che sfila pagina dopo pagina.