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>”WILLY MELODIA”, IL FORREST GUMP DELLA MAFIA

In .:C O L P O DI F U L M I N E on 16 Gennaio 2009 at 06:00
L'ultimo romanzo di Alfio Caruso

L'ultimo romanzo di Alfio Caruso

Fin dalle prime pagine si capisce che la quarta di copertina non mente. “Storie così non se ne fanno più” si legge. E in effetti “Willy Melodia” mantiene quanto promette.
A popolare le ben cinquecento pagine di “Willy Melodia” ci sono gangster e malavita, tra la Sicilia e gli Stati Uniti, ma non è la solita storia di “ammazzatine” e traffici illegali. “Willy Melodia” è il racconto delle traversie, degli amorazzi sgangherati alla mordi e fuggi, di fallimenti e di colpi di fortuna di un malandrino, attaccato alla vita. E’ la cronaca di un grande talento che nella miseria della Sicilia prima e poi della puzzolente Chicago degli anni Trenta e ancora a “Nuovaiocche” va quasi sprecato.

Dietro Willy Melodia, che potrebbe essere un grande personaggio da film, se solo qualche regista o produttore se ne accorgesse, c’è il talento narrativo di Alfio Caruso. Una penna degna del James Ellroy di “American Tabloid” (1995). E infatti Caruso, un po’ alla maniera di Ellroy, ci racconta la storia del Novecento “dal buco della serratura” come ama dire lui stesso, e cioè attraverso le peripezie di Guglielmo Melodia, nato a Catania a inizio secolo ed emigrato suo malgrado negli Stati Uniti.

Ebbene sì – ammette Caruso – amo molto Ellroy e ho imparato da lui il gioco di raccontare la grande storia contemporanea attraverso le vicende di personaggi che non sono nessuno. Del resto la storia come sfondo di vicende più umane era una carta che mi ero già giocato in un altro precedente libro intitolato ‘L’uomo senza storia’“.
E va aggiunto che il gusto per la prospettiva storica ha sempre accompagnato quasi tutta la bibliografia di Alfio Caruso, che ha al suo attivo, tra le altre cose, una monumentale storia della mafia “Da cosa nasce cosa” (Longanesi), giunta ormai all’ottava edizione.

Ma guai a chiamare Caruso uno storico. “No, storico mi sembra eccessivo – si schermisce l’autore – Gli storici hanno le cattedre all’Università. Mi sento più un divulgatore. Ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare accanto al divulgatore per eccellenza della nostra Italia, cioé Indro Montanelli“.

E la sua storia della mafia, vista dalla prospettiva di quest’ultima, che vive di continue ristampe, nacque quasi per scherzo anni fa a casa di una collega giornalista. Fu Mario Spagnol, patron della Longanesi, a lanciare l’idea: “mi propose di scrivere ‘Da Cosa nasce Cosa’ a casa di Fiorella Minervino, all’epoca giornalista del Corriere della Sera, dove eravamo riuniti per festeggiare la biografia di Sciascia (“Il maestro di Regalpetra”) scritta da Matteo Collura” racconta Caruso.
Ma torniamo a “Willy Melodia” che è invece il primo romanzo che Caruso pubblica per Einaudi. Merito dell’editor Paola Gallo della maison Einaudi che sembra abbia corteggiato a lungo il volume e che si è già aggiudicata un seguito, come si comprende dalle battute finali del romanzo.
Lo scrittore con abili pennellate ci fa rivivere la Catania di inizio secolo, la centralissima Via Etnea, “il solito trionfo dell’apparenza: tanti niente mescolati con nessuno, che si credono chissaché“. Del resto anche l’autore è nato a Catania, e nel libro ha ricostruito la sua città natale com’era ad inizio secolo, con dedizione filologica, grazie ad “alcuni antichi e sperimentati amici” come si legge nei ringraziamenti, come Francesco Terracina, Carmelo Volpe. E anche grazie alla collaborazione del cattedratico di Palermo Giovanni Ruffino, esperto dialettologo.
Il romanzo è un lungo flashback. Il protagonista ultranovantenne ricorda le sue peripezie: la scoperta da ragazzino a Catania di avere il cosiddetto orecchio assoluto che gli permette di riprodurre con facilità la musica ascoltata. E’ quello il dono che lo salva da un destino già segnato, e tanto temuto, quello di entrare in seminario e diventare prete. Allora le famiglie erano numerose, le bocche da sfamare tante e su ciò che si doveva fare da grandi i genitori non andavano tanto per il sottile.

A salvare Melodia, un destino quasi scritto nel nome, è quindi la musica. Diventa pianista di feste private e poi passa al soldo del più elegante bordello di Catania, dove allarga le sue conoscenze non solo in fatto di repertorio musicale, e infine diventa il pianista del San Carlo di Taormina, un prestigioso hotel di lusso frequentato da stranieri, che dalla descrizione non può non ricordare l’Hotel San Domenico di Taormina.
Sembrerebbe ormai arrivato. E’ l’unico in famiglia, infatti, che può vantare un libretto postale su cui ci siano quasi 1000 lire. Eppure qualcosa va storto. Suo malgrado viene coinvolto in un regolamento di conti di mafia e in quattro e quattr’otto si ritrova su una nave, quasi spedito come un pacco postale in America. L’America che per quasi tutti i passeggeri della nave è un nome denso di promesse, rappresenta la svolta, per lui è un nome amaro, che sa di esilio e di punizione.

Insomma, come si legge nel romanzo, la vita non è mai poi così facile e alla fine ti presenta sempre il conto.
E l’America non solo gli cambierà il nome in Willy, ma lo legherà al mondo di Lucky Luciano, Frank Costello, Vito Genovese, i “comparuzzi” che si “cavavano ogni sfizio, guadagnavano milioni a palate, si facevano baciare il culo dai politici, dai procuratori, dagli industriali, dalle belle donne“. “Non erano bravi ragazzi” ci dice Willy Melodia nel suo prologo al lungo flash back di cui è protagonista. “Avevano fretta di fare i piccioli e quindi non avevano tempo per la buona educazione“. Del resto l’unica scuola che avevano frequentato era la strada, una scuola che però ti fa venire “le palle che arrivano fino a terra” e che “spazzavano la polvere dai marciapiedi”, non a caso questi “costringevano l’amministrazione Roosvelt a scendere a patti” per intenderci. Gli unici personaggi positivi e grintosi di questo romanzo sono le donne, le donne che danno la vita, che come la mamma di Melodia ti fanno sognare raccontandoti di avventure dei paladini francesi, oppure come la diciassettenne Rosa che affronta da sola il viaggio per l’America per incoronare il suo sogno di modista e altre figure che alla fine saranno anche la salvezza del protagonista.
Insomma come dice lo stesso Caruso, Willy Melodia è una sorta di Forrest Gump della mafia. Melodia è un personaggio sgangherato, benedetto dalla sorte, ma che cerca sempre di arrangiarsi alla bell’ e meglio invece che coltivare le proprie attitudini. “E’ un po’ la metafora di un vecchio vizio italico“, conclude l’autore.

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Titolo: Willy Melodia
Autore: Caruso Alfio
Prezzo: € 19,50
Pagine: 505 p.
Editore: Einaudi

16 gennaio, 2009

> MOSTRE: EASY RIDER A PARIGI

In .: C O T T O & M A N G I A T O, .:C O L P O DI F U L M I N E on 14 Ottobre 2008 at 10:19
DENNIS HOPPER

DENNIS HOPPER

E’ il simbolo cinematografico della controcultura americana. E’ Dennis Hopper attore e regista, ricordato soprattutto per aver firmato Easy Rider.
A partire dal 15 ottobre 2008 la Cinématheque Française di Parigi rende omaggio a Hopper con la mostra “Dennis Hopper et la Nouvel Hollywood”.

La mostra ci farà scoprire un lato inedito di questo personaggio anticonformista. Per la prima volta infatti l’attore e regista californiano mostrerà la sua collezione privata di arte contemporanea, con pezzi di autori del calibro di Wharol e Rauschenberg.
Il catalogo della mostra, che chiuderà i battenti a gennaio 2009, si intitola “Dennis Hopper et le Nouvel Hollywood” (Flammmarion Skia / Cinémathèque Française) e contiene una lunga intervista a Dennis Hopper.

>ASPETTANDO SARZANA: “IL DIVO” ALLE PRESE CON LA CREATIVITA’

In .: C O T T O & M A N G I A T O, .:C O L P O DI F U L M I N E, Uncategorized on 25 Agosto 2008 at 15:45
TONI SERVILLO

TONI SERVILLO

Definito spesso il “De Niro italiano”, Toni Servillo ha appena compiuto, il 9 agosto scorso, 49 anni. E’ certamente uno dei “pezzi da novanta” del nostro cinema e prima ancora del nostro teatro.

Recentemente sul “Sole 24 Ore” addirittura azzardano un’altra definizione di Servillo, quella di “eroe dei due mondi”, ora che “Il divo”, e “Gomorra” sono stati chiamati a rappresentare l’Italia oltreoceano all’imminente Festival del Cinema di Toronto. E si sa che Toronto è la vetrina mondiale dove si iniziano gli “spareggi” per la notte degli Oscar.

Raffinato interprete teatrale, prestato al cinema, Servillo è nato ad Afragola in Campania. Attualmente vive a Caserta, dove del resto è cresciuto. Pochi sanno che è il fratello di Peppe, leader degli Avion Travel, la cui storia romanzata è raccontata da Fabrizio Bentivoglio nel suo esordio alla regia “Lascia perdere, Johnny!”, pellicola in cui i due fratelli si ritrovano assieme.

Dopo anni di gavetta e un sodalizio artistico al teatro e al cinema con Mario Martone, con cui inizia l’esperienza di “Teatri uniti”, Servillo si può a buon diritto ascrivere alla schiera di personaggi che hanno contribuito ad una sorta di rinascimento del teatro e del cinema italiani.

E’ lo stesso Martone a lanciarlo al cinema, offrendogli una parte nel suo esordio cinematografico “Morte di un matematico napoletano”, film premiato a Venezia nel 1992 con il Premio speciale della giuria. E sempre con Martone gira “Rasoi” nel 1993 e “Teatro di guerra” nel 1998.

Eppure il nome di Servillo è legato a quello di un altro regista, Paolo Sorrentino. Anche con Sorrentino, Servillo avvia un sodalizio tutt’ora in essere. Ne “L’uomo in più” (2001) interpreta Tony, affermato cantante costretto a rifarsi una vita, dopo aver scontato una condanna per stupro.

Due anni dopo in “Le conseguenze dell’amore” (2003) l’attore interpreta Titta di Girolamo, un uomo che vive in un albergo svizzero, solo, per sfuggire ai fantasmi del suo passato. Questo film lo porterà alla fama internazionale, suggellata poi da un David di Donatello e da un Nastro D’Argento.

Allo scorso festival di Cannes Servillo di fatto è il vero mattatore del nostro cinema. E si presenta sulla Croisette, come interprete di ben due pellicole italiane in concorso. Ne “Il Divo” sempre di Sorrentino interpreta Giulio Andreotti, ma è anche nel cast di “Gomorra” (2008) di Matteo Garrone, tratto dall’omonimo best seller di Roberto Saviano.

I successi sul grande schermo non gli hanno tuttavia fatto archiviare il teatro. De Filippo, Viviani, Pirandello e i grandi autori francesi: non passa stagione che Servillo non giri i teatri italiani nella doppia veste di regista e interprete (ma è anche stato autore teatrale).

Nell’ultima stagione infatti l’abbiamo visto alle prese con l’adattamento e la regia di “Trilogia della villeggiatura” di Carlo Goldoni.

E adesso l’attore è atteso a Sarzana la sera del 29 agosto 2008. Quello di Servillo è un ritorno a Sarzana, dove già si esibì nel 2005.

Questa volta l’attore ci accompagnerà in un viaggio per l’Italia in compagnia delle poesie di Giorgio Caproni, Patrizia Cavalli, Salvatore Di Giacomo, Franco Marcoaldi, Eugenio Montale e Camillo Sbarbaro. Napoli, Roma, Genova, e ancora la provincia italiana attraverso la poesia del Novecento.

Dal festival della Mente è nata anche una collana di libri, edita da Laterza. L’ultimo nato è “Interpretazione e creatività” di Toni Servillo e Gianfranco Capitta. Sul sito del Sole 24 Ore è concesso un piccolo assaggio del volume.

>LETTURE ESTIVE ALL’OMBRA DI WOODY

In .:C O L P O DI F U L M I N E on 21 Agosto 2008 at 07:18

Com’è la vita di un attore? Con questo interrogativo inizia “L’ombra di Woody”, esordio nel genere romanzesco dello sceneggiatore Ottavio Jemma.

E la risposta sta tutta nella storia di Roberto Speranza, il cui nome è un piccolo omaggio a Bob Hope. Una storia di una comicità amara, di un’arguzia tipica di chi certi meccanismi dell’ambiente dei cinematografari li conosce in prima persona.
Insomma in un’epoca come questa, di Grandi Fratelli e reality, in cui la fama è agognata da tutti, i malumori e le insoddisfazioni di Speranza forse risultano un po’ ostici da comprendere. Per Roberto Speranza, infatti, attore popolare e ricco, uno di quelli che fanno faville al botteghino e che la gente riconosce per strada, la vita da attore non è certo un letto di rose o se lo è, è indubbio che si tratta di rose molto spinose.
Speranza, in arte Tontolini, si ritrova prigioniero del suo personaggio “una sorta di maschera da farsaccia popolare”, uno scombinato passaguai, che, complice una fortuna sfacciata, alla fine delle sue disavventure, riesce sempre a scamparla.
E se su Tontolini i critici cinematografici infieriscono liberamente con penne appuntite oppure possono permettersi di ignorarlo, mandando alle prime il loro vice, Roberto Speranza, che gli piaccia o no, su Tontolini ci campa. E anzi Tontolini gli ha portato soldi a palate, fama e una bella donna al suo fianco. Insomma c’è di che accontentarsi. Ma l’irrequieto Speranza non ci sta.

E decide di stravolgere completamente la sua vita, con esiti amaramente comici.

L’accorato compatimento di Woody Allen, che segue tutta la vicenda, come una sorta di corifeo, le citazioni cinefile, le descrizioni dell’ambiente romano del cinema rendono il libro un piccolo capolavoro di ironia. I continui colpi di scena poi tengono il lettore sempre sulla corda. All’interno del libro si trova anche un soggetto cinematografico spassosissimo, in cui con rapide pennellate, si ride alle spalle di quanti si guadagnano la pagnotta lavorando in un ufficio stampa.

Dettagli del libro

  • Titolo: L’ ombra di Woody. L’amara «parabola» di un attore in crisi d’identità
  • Autore: Jemma Ottavio
  • Editore: L’Autore Libri Firenze
  • Collana: Biblioteca 80
  • Pagine: 144

>PICCOLE MANIE DA CINEFILI ALL’ULTIMO STADIO

In .: V I N T A G E, .:C O L P O DI F U L M I N E on 15 Luglio 2008 at 21:20

Piccolo breviario dei tic e delle manie dei cinefili all’ultimo stadio. E’ quanto propone Sellerio con “Dizionario Snob del cinema” di David Kemp e Lawrence Levi.
Se custodite gelosamente il vostro sapere cinefilo quasi fosse una cultura esoterica, allora ci sono buone possibilità, che siate quegli snob che campeggiano nel titolo del volume. Se poi vi piacciono registi come Peter Greenaway – e ahimè su quest’ultimo punto mi devo costituire – il ritratto impietoso che fanno Kemp e Levi è proprio il vostro.
Il corrispettivo buono dello snob cinefilo è il “patito di cinema”, quello che i due autori definiscono l’infaticabile entusiasta alla Scorsese che prova un piacere quasi fisico nel far conoscere ai novizi “Ladri di biciclette” e i film di Powell e Pressburger.
Al contrario il cinefilo snob è una sorta di sfigato voglioso di scrutare, commentare, riavvolgere e dissezionare ogni sequenza. Si tratta di “cervellotici che non si sanno vestire, disadattati magari con la fissazione di Douglas Sirk”.

I due autori del libro sono due giornalisti americani, uno di “Vanity Fair” e l’altro del “New York Times”, e con questo volume si propongono come via di mezzo tra la curiosità intellettuale e la morbosità del cinefilo estremo. E il nobile intento sarà pienamente raggiunto, ci dicono nella prefazione, se giunto alla fine del volume, l’amante del buon cinema non sarà più intimidito dalle parole “Espressionismo tedesco” e si deciderà a noleggiare il godibilissimo “M” di Fritz Lang e contemporaneamente non sarà attanagliato dal senso di colpa per non aver mai visto un film di Peter Greenaway.
Quello della cinefilia snob è un fenomeno relativamente recente, che nasce a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, con l’avvento delle videocassette e dei canali via cavo. Ci sono poi di veri e propri topi di videoteche che sono pure passati dall’altra parte dello schermo, diventando registi famosi. Uno per tutti? Quentin Tarantino che tra il 1985 e il 1987 era impiegato presso la Video Archives di Manatthan Beach. E prima di lui un altro cinefilo all’ultimo stadio promosso a regista è stato Peter Bogdanovich, di cui nel volumetto troverete curiosità al limite del gossip.
Attori, autori, movimenti cinematografici, Kemp e Levi hanno censito il cinema dalla A alla Z. Non mancano gli assenti illustri dal dizionario, come Fellini e Bergman. No, nessuna svista. “Verosimilmente il cinefilo snob sa un sacco di cose riguardo ai cineasti in questione – spiegano gli autori – ma di norma li sfotte senza pietà, considerandoli luoghi comuni del borghesuccio che vuol far l’acculturato”. Di contro nel Pantheon degli snob campeggia Antonioni.
Comunque, che siate snob incalliti o semplici amanti della settima arte, il libro di Kemp e Levi vi divertirà svelandovi di tanto in tanto qualche piccola curiosità che magari ignoravate sui vostri beniamini.
Un duro colpo per i cinefili snob italiani sarà apprendere che il Sundance Festival è sbeffeggiato dai loro colleghi snob d’oltreoceano, che considerano la kermesse diretta da Robert Redford da tempo asservita al potere di Hollywood. Altro che il santuario del cinema indipendente tanto mitizzato nella vecchia Europa.